Dissonanze armoniche

metafisica della pista

L’edizione 2010 di Dissonanze è stata un condensato di ispirazioni. Una festa per le orecchie (torturate e felici) ma anche per gli occhi che ha accontentato tutti: gli amanti della tecno che hanno avuto l’occasione di sentire due raffinati numi tutelari del genere, Richie Hawtin anche sotto il nome di Plastikman (liturgico, dionisiaco) e Jeff Mills. L’uno l’architetto delle geometrie minimali, l’altro lo sciamano mentale di Detroit. Contenti anche gli amanti delle svisate indie e roots: in terrazza ha dominato il soul contaminato e scattoso di Jamie Liddell, la classe di Gil Scott-Heron, la power-disco-rock di The Phenomenal Handclap Band e la materializzazione di Gonjasufi (genere e artista a se stante).  Nel foyer hanno trovato spazio le sperimentazioni, che portano un passo più in là i campionamenti, l’hip hop non commerciale e il dubstep, contaminandoli con la sonorità tecno e sintetizzatori oscuri. Peccato che lo spazio, un po’ troppo di passaggio, non abbia reso il giusto omaggio agli show di Shackleton, Nosaj Thing, Martyn e ai beniamini di Pitchfork, i Neon Indian.

Ma aldilà della selezione musicale il valore di un festival come Dissonanze è anche quello di prendere degli spazi architettonici romani e renderli ancora più espressivi dal contrasto (o inaspettata assonanza) con la musica che pulsa e la folla che li invade, che balla, che ascolta, che esulta. Il Chiostro del Bramante, il Palazzo dei Congressi, la teca dell’Ara Pacis vibrano intensamente, trovano un nuovo respiro. Dissonanze arricchisisce Roma e la avvicina al resto del mondo.

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