Updates from Giugno, 2008 Nascondi commenti | Scorciatoie da tastiera

  • E venne il giorno 

    chiaravedecose 12:08 am on Thursday 12 June 2008 Permalink | Replica
    Tag: ecocatastrofe, M.Night Shyamalan, Mark Wahlberg,

    //www.ebookgratis.net/images_bank/news/2007/dicembre/the-happening-shyamalan.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.

    Se in passato M. Night Shyamalan non sempre convinceva questa volta niente dubbi o mezze misure: E venne il giorno (The Happening) è decisamente una boiata pazzesca. Come raccontare che la natura ce l’ha con l’uomo distruttore, inquinatore, violento e prevaricatore? Non è facile visto che l’argomento non è dei più nuovi.  Shyamalan sceglie uno stile un po’ vintage, esteticamente sottolineato dai volti dei comprimari, dalle ambientazioni rurali e da alcune scene come quella delle due signore che guardano la tv con la maschera a gas. Uno stile che in altre pellicole ha pagato ma che qui non fa che mettere in evidenza la pochezza della sceneggiatura, la piattezza dello sviluppo della storia, la banalità e il già visto. Se la natura si arrabbia possono succedere cose brutte assai. Il povero Mark Wahlberg fa il suo meglio nel ruolo di un prof di biologia che scappa dalla minaccia verde in compagnia di due ragazzine. Una è taciturna e ha le orecchie a sventola. L’altra è taciturna e sa solo sgranare gli occhioni. La prima è la solita bambina mezza sensitiva mezza no a cui Shymalan ci ha abituati. L’altra è la nuova “stella” Zooey Deschanel che qui dovrebbe interpretare la moglie del prof ma che, per vacuità del ruolo e incapacità recitativa tutta sua, sembra un’amichetta appena più grande della prima. In fuga dal veleno che fa letteralmente suicidare gli uomini lei decide di uscire di casa con un vestitino scollato sulle spalle, un impermeabile bon ton e una maxi bag gialla avvitata sulla spalla. Quando la vedi zompettare per i campi alla ricerca di riparo conciata in questo modo ti rendi conto immediatamente che l’azione non sarà il forte del film. Tra i due sposi non esiste nessuna tensione, sembrano due sconosciuti mal assortiti e mi sono anche convinta che i due attori si siano odiati fin dal primo momento che si sono incontrati sul set (se invece i due facessero coppia fissa su qualche giornale di gossip allora Shyamalan è proprio incapace). Nessuna tensione anche nella storia, nessuno orrore: tutto sa di già visto e moscio e ci si annoia prestissimo. Wahlberg promosso sebbene anche lui costretto a correre con una sacca a mano come se stesse perdendo il treno. Deschanel carinissima ma meglio che torni a fare l’icona indie chic con tanto di maxi bag e intanto impari a muovere anche le altri parti del viso oltre agli occhi. Shyamalan condannato ad abbracciare gli alberi per una settimana.

     
    • Gatta Cicoria 1:26 am on Giovedì 12 Giugno 2008 Permalink | Replica

      Beh leggo e capisco che mi devo maledire per aver perso questo capolavoro di anteprima. Ti voglio così spietata, senza mezze misure.

      Cià.

    • olimpia 2:24 pm on Giovedì 12 Giugno 2008 Permalink | Replica

      bellissima recensione, che classe che hai! vado di corsa a vederlo, grazie per le dritte!un bacio

    • wednesday 12:24 pm on Giovedì 24 Luglio 2008 Permalink | Replica

      wow! Mi fido ciecamente. Non lo vedro mai!
      solo se lo becco per caso in tv cosi ti penso. Brav!

  • Once 

    chiaravedecose 4:01 pm on Monday 2 June 2008 Permalink | Replica
    Tag: Damien Rice, Dublino, John Carney, The Swell Season

    Piccolo, semplice ed onesto. Questo film è come una pinta di birra in un pub irlandese. Che poi quel pub irlandese è diventato una catena globalizzata e ti ritrovi a bere la stessa birra a Singapore o a vincere un Oscar come migliore canzone (Falling Slowly), non cambia la sostanza. Once è l’Irlanda come ce ne innamoriamo noi italiani pensando che ci assomigli anche un po’: sincera, passionale, attenta alla tradizione. In Once domina la musica ma non è un musical proprio perché il regista John Carney ha scelto una storia e dei protagonisti, lui un musicista di strada e lei una immigrata ceca con un passato di studi nelle sette note, che giustificano la presenza delle canzoni. Once è, bizzarramente, un CD animato ma non un videoclip. Once è soprattutto un piccolo film molto romantico, una carezza lieve, in cui l’apice si raggiunge quando i due si mettono di fronte al pianoforte e cantano insieme. Perché poi la passione trova le sue strade, che non sempre sono quelle canoniche. Niente di più. Tutto si regge sulla naturalezza dei protagonisti, Glen Hansard e Marketa Irglova, che quasi interpretano se stessi per le strade di Dublino. Senz’altro lo fanno musicalmente. Glen è stato il leader dei The Frames, i due li trovate insieme come The Swell Season su myspace all’indirizzo

    http://www.myspace.com/theswellseason.

    La colonna sonora è genuina e senza grilli per la testa, un po’ sullo stile intimista folk di Damien Rice.

     
  • In Bruges – La Coscienza dell’Assassino 

    chiaravedecose 9:51 pm on Sunday 18 May 2008 Permalink | Replica
    Tag: Belgio, Brendan Gleeson, Bruges, Colin Farrell, doppiaggio, Martin McDonagh, Ralph Fiennes, versione originale

    Cosa aspettarsi da uno sceneggiatore che esordisce alla regia? Una storia non banale e tanti bei dialoghi. L’irlandese Martin McDonagh ci riesce con questa strana pellicola che è In Bruges. Fin dalle prime battute è tutto uno spiazzamento: bizzarra la location, la cittadina medievale che ben presto diventa una delle protagonista della storia. Bizzarri i due killeri irlandesi (il giovane Colin Farrell e l’anziano Brendan Gleeson) fin troppo umani nelle loro insicurezze e nei modi di reagire ad un esilio nelle fiabesche brume belghe. Bizzarre le loro battute così brillanti e “down to earth”. Questi due sono killers con una macchia da scontare, eppure sembrano due turisti stralunati, il più maturo interessato a tutte le bellezze artistiche del posto, il più giovane recalcitrante come un adolescente in gita scolastica.

    Il film all’inizio prende dunque i suoi tempi, li dilata su Bruges salvo poi far aleggiare sempre più insistentemente un’atmosfera cupa simboleggiata anche dai quadri di Bosch. Mano a mano vengono introdotti nuovi personaggi, ognuno di loro compiuto anche nel ruolo più piccolo. Ognuno di loro fonte di nuove battute, incontri e scontri. Fantastico Jordan Prentince, l’attore nano che prende la chetamina (un tranquillante per cavalli che viene usato come droga nei rave e non solo), brava la nuova stella francese Clémence Poésy, perfetto Ralph Fiennes in un ruolo a lui congeniale di gelido e inesorabile capo dei killers.

    Quando la storia procede e i giochi si fanno duri i duri continuano a rimanere in un equilibrio sempre più spiazzante tra commedia e tragedia, tra umanità e legge d’onore, tra speranza di redenzione e destino scritto. Forse verso la chiusura la sceneggiatura investe su un colpo di scena poco plausibile anche se in qualche modo annunciato più volte nel corso del film. A conti fatti In Bruges funziona fino in fondo anche se è uno di quei film che non vuole ricadere in nessun genere. Per questo ma anche e soprattutto per il doppiaggio immagino che non avrà vita né facile né lunga nelle nostre sale.

    Il doppiaggio in italiano è veramente una cosa ignobile e non sto esagerando. basta considerare che in un film come questo dove la maggior parte delle battute sono create su differenze di nazionalità, accenti, lingue, ecc gli americani sono doppiati come Stanlio e Ollio. Per chi ha la possibilità di farlo e per chi se lo vuole godere veramente, godendo anche delle belle voci di Farrell, Gleeson e Fiennes, va assolutamente visto in originale.

    A proposito di godimenti: per le lettrici del blog una bella foto del regista Martin McDonagh!

     
    • Homera 10:10 pm on Domenica 18 Maggio 2008 Permalink | Replica

      ammazzete, Martin.

    • Gatta Cicoria 1:44 am on Lunedì 19 Maggio 2008 Permalink | Replica

      Esimia collega di visione, la tua recinzione è impeccabile, quasi quasi io passerei. Ubi maior minor cessat, appunto me ne vado al cesso a vedere se trovi i doppiatori per picchiarli.

      Lingua originale per tutti i film sempre e comunque!

  • Onora il Padre e la Madre 

    chiaravedecose 9:24 am on Wednesday 19 March 2008 Permalink | Replica
    Tag: , philip seymour hoffman, sidney lumet

    onorailpadreelamadre.jpgLa tragedia non la batte nessuno. Da sempre. Sidney Lumet, pronto a compiere 84 anni, ci da una sensazionale lezione di cinema con il malamente tradotto Before the Devil Knows You Are Dead. Bambine possedute e zombie antropofaghi fanno meno paura di una discesa agli inferi nel bel mezzo della normalità, dell’irrompere del crimine nella vita di persone uguali a tante altre, della totale mancanza di moralità. Lumet sceglie di raccontare la storia con una serie di flashback che non complicano la storia ma piuttosto ogni volta mettono in luce i lati oscuri dei protagonisti: il sempre più bravo Philip Seymour Hoffman, il perfettamente ignavo Ethan Hawke e l’emozionante e redivivo Albert Finney. Poi Lumet ci prende per mano e, con il suo stile classico ma mai banale o moralizzante, ci accompagna all’inferno: due fratelli pianificano una rapina ai danni dei genitori che, si scoprirà, è una sorta di nemesi per quello che i genitori hanno fatto ai figli. Perché l’idea è proprio quella che dietro figli “senza” (morale, principio di realtà,  compassione, ecc) ci sono padri altrettanto “senza”. Dunque la prima parte del film si occupa di delineare la situazione dei due fratelli: la loro vita come un castello di carte che sta per crollare, l’estremo bisogno di soldi come soluzione unica ad ogni problema e poi l’organizzazione dell’atto criminoso, come ipotesi assurda che diventa sempre più concreta. La rapina ha un esito tutto sbagliato e sanguinoso ma la tragedia è solo appena iniziata. La seconda parte del film affonda il bisturi nel cuore della famiglia mettendo a nudo l’orrore vero. Onora il Padre e la Madre ha la statura della tragedia antica e la lucidità della visione contemporanea, tra droga, tradimenti, menzogne, egoismo e risentimento. Nessuno di noi è al sicuro. E non sono gli zombie di cui avere paura.

     
    • jikk 10:59 am on Mercoledì 19 Marzo 2008 Permalink | Replica

      Bel blog. Ho scritto la recensione di questo film pochi giorni fa sul mio :D se ti va, fa un salto a trovarmi :)

      saluti

      jikk

  • Non è un Paese per Vecchi 

    chiaravedecose 1:51 am on Friday 7 March 2008 Permalink | Replica
    Tag: fratelli Coen, Javier Bardem, Oscar

     locandina_paese_vecchi-200.jpg   Ossa rotta, pistole e deserto. Solo un pizzico di ironia. Questa volta i fratelli Coen ci vanno giù pesante portando sullo schermo in modo piuttosto fedele il romanzo omonimo di Cormac McCarthy. E’ il 1980, dove gli Stati Uniti confinano con il Messico, nella terra dove le strade sono nastri tra sabbia e cielo e dove si concentra un gran numero di faccende illegali assistiamo ad una spietata caccia all’uomo, inzuppata fin da subito nel sangue. Un cacciatore di frodo viene casualmente in possesso di una valigia piena di soldi destinata ad uno scambio di droga. Sulle sue tracce il più terribile dei killer, interpretato dal celebrato Javier Bardem con improbabile caschetto e un’etica tutta sua, estrema e deviata. Appena un passo indietro, il più spaesato degli sceriffi (Tommy Lee Jones) testimone stanco di un mondo che cambia. Le inquadrature sono ricercate e raffinate. Gli attori tutti molto bravi. L’azione è serrata, la violenza totale. Corre sottile sulla faccia di una moneta, pronta ad esplodere per mano del killer e mai si placa. La mitologia del sogno americano si scontra con la violenza che da sempre è il suo lato oscuro. Non è un Paese per Vecchi è un’asciutta riflessione sulla spietatezza della vita, gli ultimi bagliori di un mondo che cambia e la visione della morte. Buffo pensare che alcune scene sono state girate accanto al set de Il Petroliere, altra riflessione sudista sull’ossessione  e sulla violenza, altro film da Oscar. I Coen ne hanno portati a casa quattro per Miglior film, miglior regia, miglior scenggiatura non originale e miglior attore non protagonista. 

     
    • jikk 11:00 am on Mercoledì 19 Marzo 2008 Permalink | Replica

      Semplicemente unico. Anche questo film è stato recensito nel mio blog. :)

      Saluti

      jikk

  • Cloverfield 

    chiaravedecose 6:25 pm on Tuesday 29 January 2008 Permalink | Replica
    Tag: catastrofico, horror, Lost, mostro, new york

       cloverfield-poster-thumb.jpg   Cloverfield è divertente. Non come una commedia, chiaramente. Ma come uno di quei film a tenore adolescenziale che ti fanno fare qualche salto sulla sedia, soprattutto se c’è un bel dolby surround. Naturalmente Cloverfield è anche tutta tensione condensata in un minutaggio saggiamente contenuto. Definito come un mix tra Godzilla (per il mostro che attacca Manhattan e che comunque assomiglia molto anche ad Alien) e Blair Witch Project per le riprese che fanno finta di essere quelle amatoriali di uno dei protagonisti, il chiacchierato film fanta-catastrofista oltre ad intrattenere ha alcuni spunti interessanti.Per iniziare un omaggio (sempre dovuto) al maestro Carpenter nell’immagine della Statua della Libertà decapitata, mutuata da Fuga da New York e poi una riflessione allargata sulla paura oggi e su come sia direttamente connessa all’uso dei video, dei cellulari e tecnologia varia. L’idea degli autori (tra cui il produttore di Lost) era quella di restituire in modo realistico un evento impossibile: un mostro gigantesco che attacca Manhattan, liberando così tutte le paure del secolo. All’inizio siamo in piena atmosfera post attacco alle torri gemelle, poi si entra nel vivo dell’azione: i protagonisti muoiono tra le rovine oppure attaccati dal morso velenoso dei mostri (e mica c’è solo quello grosso!). Gli effetti speciali sono fantastici e ci accompagnano in uno scenario da incubo. Il terrore è la civiltà che crolla, la gente che scappa e i militari dappertutto. Il terrore è la guerra, qualunque sia il nemico e poi la fine di tutto ma non con una bomba atomica definitiva come negli anni ‘70, no: la fine è degenerazione e disumanizzazione. Ma soprattutto il terrore è sempre filtrato, filmato, schermato da persone che si fermano curiose a riprendere l’impossibile, perché “bisogna lasciare una testimonianza” o perché, chissà, riprendere fa pensare che l’orrore sia circoscrivibile. Che di questo passo il mostro non è neanche più il protagonista della paura e perde un po’ del suo mordente (ma non la mordacità) spostando il fuoco dell’ansia sull’ossessione alla youtube, a volte fin troppo pretestuosamente.D’altronde il mostro, si scopre nelle note di produzione, non è altro che un cucciolo (!) che ha dormito per secoli nell’acqua e ora è disorientato e molto collerico. Come Godzilla prende a cazzottoni la città. Io lo trovo molto divertente, ancora un po’ mostro alla vecchia maniera. Ma probabilmente non faccio testo vista la mia passione per il maxi-dinosauro giapponese. Si insomma, poi ci sono alcuni dialoghi dei protagonisti insulsi o poco credibili, product placement a manetta (Nokia, Sephora, ecc), il meccanismo della ripresa amatoriale che ogni tanto mostra la corda… ma in generale Cloverfield fa paura quanto basta anche se il limite di questa paura è proprio insito nella sua natura. 

     
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