Apre finalmente il Maxxi di via Guido Reni, il museo delle meraviglie che Zaha Hadid ha regalato a Roma. Un’opera incompiuta, come ha tenuto a ricordare in conferenza stampa la stessa architetta, ma perfettamente in grado di stupefare lo sguardo dei visitatori. Incastonato nelle sonnacchiose griglie parallele del quartiere flaminio si allunga come un serpente sinuoso e scintillante che sfugge continuamente all’occhio quando prova a comprenderlo tutto. Con un museo dal carattere così forte e dagli spazi non regolari una delle domande di tutti era: come si potranno allestire le mostre all’interno? Beh insomma, facendo oggi un giro per le varie mostre dell’inaugurazione (Gino De Dominicis, Kutlug Ataman, Luigi Moretti architetto e Spazio) mi sembra che se la siano cavata abbastanza bene. I miei preferiti? Le installazioni video del turco Ataman e il genio architettonico di Moretti. Se volete vedere le foto le trovate qui.
L’edizione 2010 di Dissonanze è stata un condensato di ispirazioni. Una festa per le orecchie (torturate e felici) ma anche per gli occhi che ha accontentato tutti: gli amanti della tecno che hanno avuto l’occasione di sentire due raffinati numi tutelari del genere, Richie Hawtin anche sotto il nome di Plastikman (liturgico, dionisiaco) e Jeff Mills. L’uno l’architetto delle geometrie minimali, l’altro lo sciamano mentale di Detroit. Contenti anche gli amanti delle svisate indie e roots: in terrazza ha dominato il soul contaminato e scattoso di Jamie Liddell, la classe di Gil Scott-Heron, la power-disco-rock di The Phenomenal Handclap Band e la materializzazione di Gonjasufi (genere e artista a se stante). Nel foyer hanno trovato spazio le sperimentazioni, che portano un passo più in là i campionamenti, l’hip hop non commerciale e il dubstep, contaminandoli con la sonorità tecno e sintetizzatori oscuri. Peccato che lo spazio, un po’ troppo di passaggio, non abbia reso il giusto omaggio agli show di Shackleton, Nosaj Thing, Martyn e ai beniamini di Pitchfork, i Neon Indian.
Ma aldilà della selezione musicale il valore di un festival come Dissonanze è anche quello di prendere degli spazi architettonici romani e renderli ancora più espressivi dal contrasto (o inaspettata assonanza) con la musica che pulsa e la folla che li invade, che balla, che ascolta, che esulta. Il Chiostro del Bramante, il Palazzo dei Congressi, la teca dell’Ara Pacis vibrano intensamente, trovano un nuovo respiro. Dissonanze arricchisisce Roma e la avvicina al resto del mondo.
chiaravedecose
12:14 pm on Sunday 9 May 2010 Permalink
| Replica Etichette: Arancia meccanica, cinema danese, Fear X, John Turturro, Nicolas Winding Refn, Tekfestival, Tom hardy, Walhalla Rising
Strano mondo quello del cinema: Bronson è un lavoro su commissione affidato al regista danese Nicolas Winding Refn che, per sua stessa ammissione, non aveva nessun interesse nel personaggio del carcerato più famoso d’Inghilterra, diventato anche una specie di mito politico. Lo dico subito: per me questo può essere il presupposto per un capolavoro o giù di lì.
Aveva, quello sì, necessità di soldi per rifarsi del sonoro flop di Fear X (con John Turturro) e per portare avanti il progetto che gli stava veramente a cuore: Walhalla Rising, il film sui vichinghi che stava girando nello stesso periodo.
Quindi Winding Refn accetta alla condizione di stravolgere la sceneggiatura agiografica che gli era stata proposta. Risultato? Un film su se stesso e sul desiderio – violento – di essere famoso, come lo stesso regista ammette con la sua straniante sincerità tutta nordica.
La vita di Bronson, nome di battaglia di Michael Peterson, ci viene proposta fin dai titoli di testa come un’orgia di immagini forti e bella musica, motivo per il quale è stato accostato ad Arancia Meccanica. Si parte con botte da orbi sulle note oscure di The Elctrician, uno dei pezzi più intensi dei Walker Brothers. E si prosegue con il ballo dei malati di mente su It’s a Sin dei Pet Shop Boys, passando per il ripescaggio della bellissima Your Silent Face dei New Order. Il manifesto del film viene recitato immediatamente da Bronson: “volevo essere famoso anche se non avevo nessun talento particolare”. Nelle mani del regista l’attore Tom Hardy diventa sempre più un buffo pupazzo muscoloso, nudo, folle, quasi muto, spalmato di grasso e impiegato in scene a tasso omoerotico.
La riflessione sulla violenza si arrotola, però, su se stessa, non dice nient’altro e non trovando nulla da dire oltre al manifesto iniziale, si affloscia nel secondo tempo. E’ come un pensiero narcisistico che non trova il suo senso. Sarà per questo che alla domanda: “questo film ha cambiato il suo rapporto con la violenza?”, Winding Refn ha risposto: “non lo so”. Work in progress: forse la risposta è nei vichinghi.
splendida… posso promuovere?