L’Amour Caché
Veltroniadi, atto I: sabato 20 ottobreAnno secondo, l’andazzo o dei patimenti di una giornalista: la Festa del Cinema di Roma è, per l’appunto, una festa e non un festival. Per questo motivo si respira quell’aria di fancazzismo esteso tipico di una festa in cui la gente viene principalmente per vedere altra gente e, sempre per questo motivo, la vita è dura per i giornalisti. Le proiezioni stampa sono al “comodo” orario delle 9 di mattina, una volta perse quelle è difficile recuperare una replica, l’accredito costa 30 euro nonostante il grande numero di sponsor e comunque per accedere in sala bisogna ritirare un biglietto facendo una lunga fila allo sportello dove si scopre solo alla fine che non ci sono più posti. Inoltre si possono ritirare biglietti solo per il giorno stesso o, al massimo, per il giorno dopo: in questo modo ti costringono a stare tutti i giorni all’auditorium anche se tu hai altri impegni di lavoro. E che dire dell’ufficio stampa che non sa mai niente? Ora, posso anche starci per la festa (alla) romana ma perché complicare in questo modo la vita degli addetti ai lavori? Per fortuna quest’anno c’è un piccolo miglioramento: la magica rush line, la fila dell’ultimo momento che, sempre che ci siano posti, ti permette di entrare in sala senza tante storie. In fila alcuni colleghi dicevano che non conveniva perdere tempo in biglietteria (32mila biglietti comprati in prevendita?!) ma piuttosto affidarsi al destino a volte benigno della rush line. D’accordissimo, io odio le file lunghe. Ecco che quest’anno va così: si prende quello che passa la rush line piegando il mio calendario ad una svolta del tutto casuale. L’anno prossimo, però, col cavolo che richiedo l’accredito. Mi butto nel fancazzismo e mi godo i red carpet senza stress. Il film: L’Amour Caché di Alessandro Capone affronta un tema interessante e quasi tabù: l’amore materno come un bene non scontato e quindi il rapporto di odio e frustrazione tra una madre molto disturbata interpretata da Isabelle Huppert e una giovane figlia (la bionda francese Melanie Laurant) che sembra aver superato questo deserto di disperazione diventando madre a sua volta. Dopo l’ennesimo tentativo di suicidio della madre, si inserisce un terzo personaggio che chiude questo triangolo tutto al femminile: la psicologa Greta Scacchi che vuole aiutare la madre, non si rende conto che l’anello debole è la figlia e mette in discussione anche se stessa. Il film parte con scene espressioniste e rarefatte che sembrano ben interpretare ;la nevrosi ma che ben presto devolvono in espressioni eccessivamente isteriche della Huppert, una mancanza di spessore nel personaggio della figlia la cui fine tragica non si spiega completamente come, d’altronde, sembra banalmente risolutivo il finale dell’amore ritrovato della nonna per la nipote. Il tutto viene peggiorato da scene, interni e riprese fin troppo patinati che tolgono il dolore dalle scene e che forse cercavano una chiave algida alla Eyes Wide Shut, senza riuscire però ad esprimere la stessa l’inquietudine che sottendeva il lusso di Kubrick. Mentre le tre donne vagano e si disperano in vestaglia il film perde mordente e a tratti annoia. Peccato per una pellicola che finalmente tratta un tema diverso e che è frutto di una coproduzione tutta europea che coinvolge Italia, Francia e Belgio.